L’aspetto psicologico del paziente amputato

L’aspetto psicologico del paziente amputato

13 settembre 2017 Redazione 0

“Ogni qualvolta due persone si incontrano ci sono in realtà sei persone presenti: per ogni uomo ce n’è uno per come egli stesso si crede, uno per come lo vede l’altro ed uno infine per come egli è realmente”. (William James, The Principles of  Psychology, 1890).

 

L’esperienza dell’amputazione rappresenta un evento traumatico ed un cambiamento radicale nella vita della persona. La perdita di un arto dà luogo a modificazioni sia dell’aspetto fisico che a livello psicologico. L’aspetto psicologico riveste una notevole importanza e deve essere tenuto sempre presente da parte del riabilitatore in quanto, spesso, si dimostra un elemento capace di pregiudicare il buon esito del programma terapeutico. Le reazioni psicologiche da parte del paziente amputato sono provocate da un “conflitto interno” che si viene a stabilire per l’alterata percezione del “Sé” scaturita dall’incongruenza di una immagine corporea interiore, rimasta immutata e rinforzata soprattutto dalla presenza dall’arto fantasma, ed una immagine esteriore acquisita con l’amputazione nella quale il paziente non si identifica. Il paziente esperisce la perdita di una parte di sé, si incrina il concetto di sé a livello del vissuto corporeo causando una ferita narcisistica. L’amputazione causa una crisi di identità che coinvolge il senso di sé, colpendo l’integrità dello stesso Sé. Sul piano psicologico, il termine Sé si riferisce prevalentemente ad un significato soggettivo ed esperenziale – riflessivo, al vissuto di sé, all’esperienza di sé, alla rappresentazione di sé. Rogers aveva teorizzato la presenza di tre tipi di Sé: Sé Reale, Sé Percepito e Sé Ideale. Quando i tre livelli si sovrappongono in modo congruo ed autentico, si articolerebbe un vero Sé, altrimenti un falso Sé. Per questi pazienti, dunque, diventa centrale il “Riconoscersi” considerarsi ancora se stessi, nonostante la parte mancante. È fondamentale dunque, la ricerca di una continuità di sé nonostante l’amputazione: “l’essere ancora” pur non “essendo” più come prima. Schilder attraverso la sua opera “Immagine di sé e schema corporeo” (1935) concettualizzò i concetti di “Schema Corporeo” e “Immagine Corporea” definendoli, entrambi, come “il modo in cui il corpo appare a noi stessi, cioè l’immagine tridimensionale che ciascuno ha di sé stesso”. Schilder, pertanto, aveva integrato in un’unica “gestalt” le singole percezioni che abbiamo del nostro vissuto corporeo, i significati simbolico-emozionali che associamo alla corporeità ed i significati che il nostro corpo assume e veicola nei rapporti con gli altri. Successivamente, attraverso importanti ricerche, i concetti di schema corporeo ed immagine corporea non furono più considerati come sinonimi, bensì come delle concettualizzazioni associate ma distinte. Lo Schema Corporeo è un termine più Neuropsicologico e si riferisce alla dimensione prevalentemente percettiva ed inconsapevole della globalità del corpo e del suo essere nello spazio. L’Immagine Corporea è un concetto più Psicologico e fa riferimento alla rappresentazione o immagine che abbiamo di noi stessi che è influenzata dai nostri stati interni, alle valenze psicologiche ed emozionali del vissuto corporeo, sia consce che inconsce, legate ai temi dell’identità e del rapporto con gli altri. Concetti come schema corporeo ed immagine corporea furono concettualizzati ed elaborati a partire dal fenomeno noto come Sindrome dell’Arto Fantasma. “La Sindrome dell’Arto Fantasma consiste nel persistere della sensazione motoria o sensoriale della presenza di un arto dopo la sua amputazione”. È uno di quei fenomeni psicologici che meglio esprimono la differenza fra fisicità del corpo e la rappresentazione psicologica e soggettiva che abbiamo di esso. Da un punto di vista neurologico, la corteccia motoria dell’arto amputato continua ad inviare segnali all’arto mancante anche dopo l’amputazione, segnali che verrebbero interpretati dalla corteccia somatosensoriale anche in assenza di un reale feedback motorio generando in tal modo una sensazione di «fantasma» della presenza dell’arto mancante. Fin dagli inizi dell’800, comunque, fu evidente la causa di natura essenzialmente psicologica e gli studi di Charcot e Freud portano a considerare la sindrome dell’arto fantasma come un meccanismo difensivo tale per cui la sensazione allucinatoria dell’arto mancante rappresenterebbe un meccanismo di negazione dell’amputazione subita teso a preservare l’identità dell’oggetto. Nei pazienti che subiscono un’amputazione, dal punto di vista psicologico, si evidenziano vissuti depressivi, sentimenti di non accettazione di sé e l’ansia per l’integrità corporea incrinata che può trasformarsi in angoscia paralizzante per il sentimento di perdita. Nelle persone amputate, la mutilazione avviene a livello del vissuto corporeo. Ci sono sicuramente degli elementi di fondo in comune ma non sono comportamenti fissi, in quanto incidono diversi fattori soggettivi quali: età, grado di cultura, il supporto familiare e le cause che hanno portato all’amputazione. La presa in carico del paziente non può prescindere da un lavoro multidisciplinare nel quale possa trovare spazio l’elaborazione della perdita ed il supporto al paziente ed al suo sistema familiare. Per il benessere del paziente, un trattamento efficace dovrebbe adottare un’ottica bio-psico-sociale (Engel, 1980) che consideri i fattori biologici, fattori psicologici (personalità, risorse, stile cognitivo, ect.) e fattori sociali (sostegno familiare e sociale, status socio-economico, etc.). Per questi pazienti diventa centrale il concetto dell’autonomia: considerarsi come persone capaci di camminare ancora, di re – imparare a camminare nonostante l’amputazione.

Dott.ssa Nunzia Di Gregorio, Psicologo – Psicoterapeuta ad indirizzo Analitico Transazionale

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